Recensioni
Gazzetta del Sud
6 aprile 2004

Recupero della cultura classica e viaggio all`interno della fede

Annamaria Crisafulli Sartori


Nel suo più recente saggio, Vittoria Gigante, autrice di opere di spiritualità, concentra l`attenzione su tre figure di Padri della Chiesa, che si distinguono nel panorama filosofico-teologico-letterario del IV secolo per aver operato "il recupero della cultura classica all`interno delle fede". "I luminari della Cappadocia: Basilio il Grande - Gregorio di Nissa, il Teologo - Gregorio di Nazianzo, il Poeta": è questo il titolo del libro (Ed. Edas del dott. Antonino Sfameni - pag. 94), che annunzia, nei tre diversi attributi, tre diversi modi di essere e una medesima terra di origine. Si coglieranno, scorrendo le pagine, i tratti distintivi di ciascuno, anche attraverso le meditazioni contenute nelle opere (di cui sono riportati brani antologici), e quella linea comune che passa per la cultura classica, la fedeltà all`ortodossia cristiana, la santità: "sono tutti e tre onorati - precisa l`autrice - come santi e dottori sia nella Chiesa d`Oriente, che in quella d`Occidente". Altro elemento non trascurabile, poi, è l`attualità del loro pensiero che, legato alla verità delle Scritture, è immutabile nel tempo e può, pertanto, offrire a ogni momento al credente e, perch? no, al non credente spunti di riflessione e suggerimenti per guardare con occhi più sereni alle cose della terra e a quelle del Cielo. Ben delineato il contesto storico-politico, culturale e religioso dell`epoca, caratterizzata da profonda inquietudine e da fratture ideologiche (è in atto la lotta alle eresie cristologiche e trinitarie) tali da tormentare le coscienze. I Cappadoci, vescovi tutti e tre, e provenienti "da un ambiente colto e spiritualmente elevato", ebbero una vita difficile, e tutti e tre scelsero l`impegno costante e proficuo di pensiero, di azione, di preghiera, che rimane fissato in una scrittura di altissima spiritualità, oltre che di indubbio valore letterario. Nel tracciare il loro profilo, la Gigante evidenzia fra l`altro, per Basilio, l`influsso di Platone per quanto attiene all`antropologia e all`etica e, in genere, l`ammirazione per la cultura classica pagana che gli appare conciliabile con quella cristiana. Insieme alla fondazione, a tutti nota, del monachesimo orientale e del cenobitismo, vengono ricordate le iniziative nel campo della carità, con le quali egli anticipa orientamenti ecclesiali moderni. Del Nazianzeno, anima tormentata, come appare nei Carmina, è ricordata la formazione culturale in Atene e la passione per l`arte e per le lettere, che fu costretto ad abbandonare. Gregorio Nisseno, "il più grande speculativo dei Padri Cappadoci", definito dal Concilio di Costantinopoli "Colonna dell`ortodossia", è autore del "primo trattato di antropologia della letteratura cristina antica": De hominis opificio. Annota l`autrice che di Basilio l`ha colpita "l`insistenza con cui ammonisce gli uomini invitandoli a rimanere sempre critici di fronte alla realtà... vigili custodi della propria libertà interiore, lontani da ogni forma di assolutismo e fanatismo"; di Gregorio Nisseno, "il lucido ragionare del pensatore rigoroso, del filosofo acuto, ma anche il fascino del mistico esperto delle cose dell`anima"; "di Gregorio di Nazianzo - afferma - mi hanno commosso le inquietudini, l`ansia profonda "dell`altra vita, dell`altro mondo", la forza della sua tensione metafisica, infine l`umanità e l`attualità del suo lungo inesausto colloquio con l`Assoluto". Nei suoi Carmina riscontra affinità di sentimenti e di stati d`animo con autori biblici come Giobbe, Geremia, Qoèlet, con poeti come Lucrezio, Tasso, Foscolo, Leopardi e con gli esistenzialisti contemporanei. Ne scaturisce un interessante confronto di passi, puntualmente commentati. Qui ci sembra di avvertire un maggiore coinvolgimento dell`Autrice che, nell`accostare il Nazianzeno a S. Agostino, definisce alcune pagine autobiografiche del primo "poesia altissima". Ed è anche nel chinarsi sul dolore degli afflitti, nell`orazione "Sull`amore per i poveri", nel considerare il gemito di madri colpite nel frutto del proprio grembo, che Gregorio "fa poesia popolare e squisitamente umana".