Recensioni
Gazzetta del Sud
8 gennaio 2006

Riedizione aggiornata del libro di Rocco Sisci sulla pesca nello Stretto di Messina
Pescespada, fiero galletto del mare
Una caccia unica nel suo genere celebrata da Polibio a Dumas

Giuseppe Cavarra


Una cultura è prima di tutto un aggregato di conoscenze e di comportamenti grazie a cui ognuno di noi "appartiene" a un sociale. Ciò spiega le ragioni per cui la cultura è stata per l`uomo lo strumento evolutivo fondamentale nella lotta per la sopravvivenza. In ogni tempo e in ogni luogo la cultura ha reso possibile la coordinazione delle risorse messe insieme da più individui per vincere le difficoltà opposte dalla natura. Come dire che ogni dato culturale, anche il più elementare, presuppone il raggruppamento coordinato di un certo numero di persone e che un individuo senza cultura è impensabile e che l`uomo aumenta la propria ricchezza di vita se si affida alle cosiddette "strutture di scambio" mediante le quali la vita cresce in lui e cresce nel gruppo di cui fa parte. Rocco Sisci continua a darci libri notevoli per serietà d`impegno e ampiezza d`indagine. Ogni sua ricerca viene a colmare lacune d`informazione dovute, a seconda dei casi, a dilettantismo storiografico, a superficialità di giudizio e a inadeguatezza di metodo critico che sono, poi, le mende più frequentemente riscontrabili nei cosiddetti "ricercatori locali". Nelle loro opere spesso colpisce la disinvoltura con cui sono tratte certe conclusioni e ancor più colpiscono le approssimazioni concettuali, sostenute dalla tendenza a dire le cose cominciando da un`altra parte, come se per penetrare in una questione c`è una porta e noi vogliamo scavarne un`altra accanto che conduce esattamente a quella di prima. L`ultima sua fatica (La caccia al pesce spada nello Stretto di Messina, Edizioni Edas, Messina 2005) Sisci la dedica alla pesca del pesce spada nelle acque dello Stretto. Sullo stesso argomento, nel 1987, ci aveva dato un`opera in cui lo studioso metteva a frutto anni di ricerche e di studi, meritandosi la stima degli addetti ai lavori i quali avevano apprezzato a tal punto la sua fatica da assegnargli il premio Calabria 1987 per la saggistica etno-antroplogica locale. Ora, quell`opera, riappare interamente rifatta, aggiornata nel`apparato bibliografico e rinnovata nella documentazione iconografica. Anzi, a me pare che nella nuova fatica l`iconografia rappresenta una novità rilevante se consideriamo che le foto da sole vengono a creare fra tempi, luoghi e cultura tradizionale un rapporto di intima interazione quale non era dato riconoscere nella precedente edizione. Nella nuova opera di Sisci il discorso si muove senza soste, senza lungaggini, senza vuoti. In essa troviamo tutto ciò che vorremmo sapere su una materia che da Polibio a Strabone, da Plinio il Vecchio a Oppiano, dal Reina al Maurolico, dal Fazello allo Spallanzani, da G. La Farina ad A. Dumas, da P. Brydon a J. Houel è stata sempre descritta lungo linee di tensione che s`impongono all`attenzione non tanto perch? immerse in un`astratta o isolata considerazione, ma in quanto calate in un ambiente che il lettore percepisce come entità non svincolata dalla situazione geografica, storica, culturale, umana. Non è il singolo che influenza una cultura. Semmai è vero il contrario: la cultura influenza i singoli. Ne è un esempio la "cultura" dello Stretto, dove sono presenti norme comportamentistiche, strumenti e tecniche di lavoro che, trasmessi di generazione in generazione, sono il risultato di un processo evolutivo all`interno del quale un elemento non può stare senza l`altro in quanto funzione dell`altro. Si tratta di un processo che, in quanto interazione di molti individui, richiede tempi lunghi e che in quanto a valore trascende le singole esistenze o, per usare una categorie heideggeriana, i singoli Esserci. Chi ha esperienza diretta di ricerca sul campo sa bene che i pescatori dello Stretto, nel comunicare i dati della propria esperienza, non usano mai il singolare: usano il "noi" a significare che ogni dato di cui essi sono in possesso altro non è se non il frutto di un ordinato raggruppamento di elementi senza i quali ogni aspetto del vivere precipita nel caos e nel vuoto. Ciò spiega le ragioni per cui nell`opera di Sisci i pescatori non sono astratta raffigurazione di un`umanità che vive in maniera estranea la realtà che le appartiene. Un giorno abbiamo chiesto a don Angelo, un pescatore del Faro: "Secondo lei, Colapesce qualche volta ha paura?" E lui: "Non può avere pausa chi vive per dare tranquillità a chi ha paura. Se Colapesce si facesse prendere dalla paura, sarebbe la fine per noi e per lui". Nelle parole di don Angelo c`è una grande verità: i meccanismi culturali sono cosa diversa dai meccanismi psicologici. A Colapesce non possono appartenere la fame, la sete o il sonno, come non possono appartenergli tutte le altre necessità che definiamo "istintive". La ragione per cui Colapesce e il pescatore dello Stretto non possono aver paura è la stessa: il loro modo di agire e di reagire non è dettato da ragioni personali. Quando c`è di mezzo la sicurezza del gruppo sociale, la paura rimane solo un ingrediente del vivere legato alla quotidianità. La "cultura del gruppo" non può fornire formule atte a imbrigliare le reazioni personali. Il vivere del pescatore ha l`andamento di una spirale che, ondeggiando tra insicurezza e paura, non può sfociare nel dolce porto del lieto fine. Sisci, che, a quanto pare, il mare ce l`ha proprio nel sangue, racconta senza lasciarsi andare a suggerimenti casuali, ma (ri)costruendo itinerari che poi sono altrettanti modi di star dietro a una "cultura" in cui riconoscerci. "Riconoscersi" è qui un modo per individuare i nostri limiti e, al tempo stesso, scegliere quella strada che non ci ritrae dalla vita, ma a essa ci conduce confermando in noi una più sicura e determinante partecipazione. Certe pagine di Sisci si leggono come le pagine di un romanzo affascinante. Si pensi alla descrizione del luntru , il "levriero del mare", si vedano le pagine in cui l`autore ricostruisce le tappe lungo le quali passa la storia della caccia al "galletto più bello e più fiero dello Stretto" (B. Cattafi). Pagine in cui realtà e immaginazione si coniugano al punto che nel grande teatro dello Stretto presente e passato vengono a configurarsi come termini di una proteiforme realtà dal cui fondo salgono alla superficie figure (stavo per dire "personae") impastate dello stesso materiale archetipico di cui sono fatti il mare e il cielo dello Stretto: realtà plurale e singolare insieme, collettiva e particolare.